Diane Fenster: Alle origini del digital imaging

fensterDiane Fenster è giustamente considerata una pioniera nell’utilizzo dell’immagine digitale e nella creazione di collage a cavallo tra fotografia e illustrazione.

Nel lontano 1989, servendosi di una copia beta ancora non commercializzata, ha iniziato ad utilizzare Photoshop per costruire, livello su livello, le sue opere visionarie ridefinendo i confini tra fotografia e illustrazione, tra creazione artistica e commerciale.

Le sue immagini, ricche di simbolismi riescono, in modo ormai inconfondibile, a trasmettere emozioni e significati mai scontati. Immagini che necessitano di un vera e propria lettura per poter individuare tutte le loro sfaccettature semantiche.

Negli ultimi anni Diane Fenster ha parzialmente abbandonato l’utilizzo di collage digitali a favore della riscoperta di procedimenti manuali e dell’utilizzo di toy camera, con risultati non sempre all’altezza delle sue precedenti esperienze.

Il suo contributo allo sviluppo di una nuova estetica digitale è stato fondamentale e ha avuto una grande influenza anche nel mondo della grafica e dell’illustrazione oltre che della fotografia. Mondi sempre più connessi tra di loro e che fanno parte dell’unico universo del digital imaging.

http://www.dianefenster.com/

 

 

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Vivian Maier – problemi di copyright

Sicuramente Vivian Maier non avrebbe mai immaginato che le sue fotografie sarebbero state, un giorno, oggetto di disputa giudiziaria per violazione di copyright. Nata a New York nel 1926 si trasferì successivamente a Chicago dove visse, lavorò come bambinaia e si dedicò alla fotografia nei momenti liberi riprendendo, per lo più, la vita nelle strade di New York, Chicago e Los Angeles.

Le sue opere sono rimaste praticamente sconosciute fino al 2007 quando vennero casualmente rinvenute da Jim Maloof e Jeffrey Goldstein a seguito dell’acquisto, al prezzo di 380 dollari, del contenuto di un intero box durante un’asta. Tra vecchi vestiti, libri e quaderni, i due trovarono anche una cassa piena di negativi e rullini ancora da sviluppare.

Maloof e Goldstein, cominciarono così a divulgare su internet e poi con libri e documentari il lavoro di questa fotografa sconosciuta e contribuirono in modo fondamentale alla sua ascesa tra i grandi fotografi del XX secolo. Non riuscirono però a rintracciarla e conoscerla. Vivian Maier morí nel 2009 senza sapere del grande successo della sua opera.

A partire dal 2014 lo stato dell’Illinois ha designato un amministratore delle opere di Vivian Maier al fine di proteggere il copyright e proseguire nella valorizzazione del suo lavoro. L’amministratore ha quindi fatto un accordo con Maloof, consentendogli di continuare a sfruttare le opere in suo possesso.

Recentemente però, lo stesso amministratore ha citato in giudizio Jeffrey Goldstein con l’accusa di aver riprodotto, venduto ed esposto alcune opere della Maier senza autorizzazione. La legge sul copyright, negli Stati Uniti, non permette al proprietario dei negativi di un lavoro coperto da copyright, di generare nuove copie e venderle.

Una storia legale, meno appassionante di quella della vita di Vivian Meier, sembra essere solo agli inizi. Per chi invece vuole entrare nel mondo di questa fotografa bambinaia e vuole vedere le sue fotografie, é possibile visitare, fino al 18 giugno, al Museo di Roma in Trastevere, la mostra ” Vivian Maier. Una fotografa ritrovata “. Sono esposte 120 fotografie in bianco e nero, alcuni filmati in super 8 e una selezione di stampe a colori. 

Il favoloso mondo di Christian

clowns-and-shipProprio come nella vita, sono le opportunità che permettono ad un autore di emergere, arrivare alla grande ribalta, e diventare un fotografo affermato visibile a livello globale. Può quindi succedere che vi siano degli artisti che, pur portando avanti delle ricerche fotografiche estremamente valide, finiscano per non ricevere l’attenzione che meriterebbero.

Christian Alexandrov è uno di questi. Nato in Bulgaria 48 anni fa, dopo essersi laureato all’Accademia di Belle Arti di Sofia, inizia ad utilizzare il mezzo fotografico per dar vita alle sue opere. Immagini pensate per essere stampate in grande formato e realizzate assemblando numerose fotografie di oggetti e scenografie create da lui stesso.

Complesse post produzioni vengono utilizzate per dar vita alle fantasie e agli incubi dell’autore, che diviene anche il soggetto delle sue creazioni. Non semplici autoritratti, ma vere e proprie messe in scena, talvolta al limite dell’assurdo e del grottesco.

Pur avendo esposto le sue opere in mostre collettive e personali in Bulgaria, Alexandrov non è riuscito, fino a questo momento, a far conoscere il suo lavoro in modo efficace. Ma le opportunità si sa, si presentano a volte quando meno ce lo si aspetta. Basta poco: il gallerista giusto, il testo critico azzeccato. In attesa che Alexandrov trovi la sua strada possiamo vedere i suoi lavori sul sito:

http://christian-alexandrov.blogspot.it/

Più di mille parole – George Perec e la fotografia

BambinaGetzler-Si dice che le fotografie valgano più di mille parole. Già ma quante parole, cose, emozioni, significati può effettivamente essere contenuto in un singolo fotogramma? A dare una risposta a questa domanda ci provò nell’ottobre del 1974 George Perec.

Lo scrittore francese, fondatore del movimento OULIPO, si cimentò per tre giorni di seguito a descrivere con le parole un luogo a lui familiare: Place  Saint Sulpice  a Parigi. Lo fece in collaborazione con l’amico Pierre Getzler che invece scattò rapidamente qualche foto della piazza. Il tentativo di Perec di descrivere minuziosamente il luogo prescelto produsse circa 40 pagine di annotazioni, un lungo elenco molto meno efficace delle istantanee di Getzer, che era riuscito in pochi minuti a racchiudere in alcuni fotogrammi tutto ciò o la quasi totalità delle cose presenti.

Una resa della scrittura, della parola di fronte alla fotografia. Nelle foto c’era molto di più di quanto non fosse riuscito a descrivere lo  scrittore. Il rapporto diretto con la realtà  dell’apparecchio fotografico, non mediato dalla ragione, aveva vinto. La possibilità, anche inconscia,  di scegliere, di selezionare ciò che recepiamo attraverso i nostri occhi ed elaboriamo attraverso la nostra mente, aveva inevitabilmente condensato l’esperienza visiva riportata da Perec sulla carta.

Nulla può però la fotografia quando, rispetto alla cosa rappresentata, occorra ipotizzare un prima ed un dopo. Il tempo congelato dalla fotografia, prelevato dal flusso continuo della vita, per essere espanso in un futuro o in un passato ha bisogno della nostra mente. Cosa abbia fatto la bambina immortalata nella fotografia di Getzer prima o dopo quell’istante, nessuna fotografia potrà mai dircelo. Soltanto noi possiamo ipotizzare questo tempo esterno al fotogramma.

Questo George Perec  lo sapeva bene, come sapeva bene che una immagine può svelarci solo il cosa ma non può addentrarsi da sola nell’ignoto del come e del perché.