Murray Fredericks – L’infinito in uno specchio

9P3W41NYNella storia dell’arte, l’utilizzo dello specchio nello spazio pittorico, fa la sua comparsa in numerose opere fin dal 1400 e ha permesso di contrapporre, rappresentazione artistica, esteriorità e interiorità, sguardo e visione.
Lo specchio viene quindi utilizzato per estendere lo sguardo oltre il campo del reale. Una quinta aperta sulla possibilità di ampliare il significato dell’opera.
Riprendendo la lezione dei grandi artisti del passato, il fotografo australiano Murray Fredericks, realizza le sue immagini inserendo nell’inquadratura un grande specchio che, nella serie Salt:Vanity, viene utilizzato per riflettere il paesaggio del  Lake Eyre, il lago salato più vasto al mondo.
L’artista riesce in questo modo a donarci una visione minimalista e estremamente intensa di questo spazio arido dell’outback australiano. Un insieme metaforico nel quale si mescolano, con grande delicatezza, le sfumature prodotte dalla natura. Un paesaggio  nel quale lo specchio moltiplica gli spazi e le prospettive.
Spazio, colore e luce, riflessi negli specchi di Fredericks, proiettano lo spettatore in una nuova dimensione onirica e rarefatta nella quale è possibile ritrovare lo stupore dell’uomo di fronte alla natura.
Un lavoro estremamente raffinato e non privo di difficoltà realizzative come si può vedere nel video.
Salt:Vanity è in mostra, fino al 14 giugno alla Hamiltons Gallery di Londra.
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Vivian Maier – problemi di copyright

Sicuramente Vivian Maier non avrebbe mai immaginato che le sue fotografie sarebbero state, un giorno, oggetto di disputa giudiziaria per violazione di copyright. Nata a New York nel 1926 si trasferì successivamente a Chicago dove visse, lavorò come bambinaia e si dedicò alla fotografia nei momenti liberi riprendendo, per lo più, la vita nelle strade di New York, Chicago e Los Angeles.

Le sue opere sono rimaste praticamente sconosciute fino al 2007 quando vennero casualmente rinvenute da Jim Maloof e Jeffrey Goldstein a seguito dell’acquisto, al prezzo di 380 dollari, del contenuto di un intero box durante un’asta. Tra vecchi vestiti, libri e quaderni, i due trovarono anche una cassa piena di negativi e rullini ancora da sviluppare.

Maloof e Goldstein, cominciarono così a divulgare su internet e poi con libri e documentari il lavoro di questa fotografa sconosciuta e contribuirono in modo fondamentale alla sua ascesa tra i grandi fotografi del XX secolo. Non riuscirono però a rintracciarla e conoscerla. Vivian Maier morí nel 2009 senza sapere del grande successo della sua opera.

A partire dal 2014 lo stato dell’Illinois ha designato un amministratore delle opere di Vivian Maier al fine di proteggere il copyright e proseguire nella valorizzazione del suo lavoro. L’amministratore ha quindi fatto un accordo con Maloof, consentendogli di continuare a sfruttare le opere in suo possesso.

Recentemente però, lo stesso amministratore ha citato in giudizio Jeffrey Goldstein con l’accusa di aver riprodotto, venduto ed esposto alcune opere della Maier senza autorizzazione. La legge sul copyright, negli Stati Uniti, non permette al proprietario dei negativi di un lavoro coperto da copyright, di generare nuove copie e venderle.

Una storia legale, meno appassionante di quella della vita di Vivian Meier, sembra essere solo agli inizi. Per chi invece vuole entrare nel mondo di questa fotografa bambinaia e vuole vedere le sue fotografie, é possibile visitare, fino al 18 giugno, al Museo di Roma in Trastevere, la mostra ” Vivian Maier. Una fotografa ritrovata “. Sono esposte 120 fotografie in bianco e nero, alcuni filmati in super 8 e una selezione di stampe a colori.