La gabbia dorata di Instagram

istVa bene, non sarà la fine del mondo, ci sono tanti altri problemi nella nostra vita reale e virtuale, però, sappiate che tra qualche settimana instagram cambierà il modo con il quale ci propone i post degli account che seguiamo.

Non più un semplice ordine cronologico, per cui ci si può imbattere in contenuti inconsueti, pubblicati da utenti che seguiamo saltuariamente, ma un vero e proprio algoritmo sulla falsariga di quello già utilizzato da facebook.

In altri termini saranno una serie di righe di codice a stabilire cosa è più importante per noi, cosa è meglio che vediamo in testa al nostro feed. Più interazioni (like) abbiamo avuto con una persona e più vedremo i suoi contenuti.

Facebook ci ha già abituato a questa sorta di gabbia dorata, un mondo immateriale, nel quale si finisce per frequentare e avere scambi di opinioni solo con una cerchia di amici, con i quali si condividono interessi e modi di intendere la vita. Tutto ciò con cui siamo in disaccordo o semplicemente non riteniamo interessante resta fuori dalla porta, invisibile.

Trasportare questo meccanismo anche su un social visuale come instagram significa fare un ulteriore passo verso l’appiattimento e l’omologazione della nostra sensibilità visiva. Una comunicazione auto referenziale con la quale rappresentiamo il mondo a nostra immagine e somiglianza.

La condivisione, vera ricchezza della rete, sembra in qualche modo destinata ad essere utilizzata solo per rafforzare le proprie convinzioni e a tenerci alla larga da ogni tentativo di cambiare opinione, di aprirci a nuovi punti di vista.

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La gogna di Steve McCurry

curryFiumi di inchiostro o forse sarebbe meglio dire di byte, sono stati utilizzati sulla rete per scagliarsi contro Steve McCurry, il “traditore” del vero fotogiornalismo. I fatti sono noti a chiunque si occupi, anche marginalmente, di fotografia. Una sua opera esposta a Torino, alla reggia di Venaria Reale,  recava evidenti e maldestre tracce di manipolazione digitale.

Nei giorni successivi al “misfatto” lo stesso McCurry è dovuto correre ai ripari specificando che non sente più di essere accomunato al fotogiornalismo, ma il suo lavoro deve essere collocato in quello della ricerca visuale. Guardando le sue ultime opere, i luoghi dove vengono esposte e le valutazioni economiche che gli vengono attribuite nel contesto della fotografia contemporanea (arte contemporanea), non mi sembra che stia affermando una falsità.

Arthur Danto sosteneva  che può considerarsi arte,  tutto ciò che viene esposto in un museo o in una galleria. La foto incriminata è esposta in  un luogo dedicato alle espressioni artistiche più che al giornalismo. Se proprio vogliamo attaccare McCurry facciamolo per la poca professionalità dimostrata nel non saper verificare, seguire le opere che mette in mostra in ogni angolo del pianeta.  La post produzione fatta sullo scatto intitolato  “l’Avana Cuba, 2014”   è imbarazzante per chiunque utilizzi anche solo sporadicamente il programma di Adobe.

daguerreCriticare l’utilizzo di photoshop sta diventando una pratica piuttosto comune,  come se si voglia ricercare una purezza, una verità della fotografia che non è mai stata la caratteristica principale di questa giovane arte. Nulla sa mentire più di una fotografia. In una delle prime immagini fotografiche realizzate da Daguerre, si vede una strada di Parigi deserta, con la sola presenza di un lustra scarpe. Sappiamo perfettamente che la strada era piena di persone in movimento. La lunga esposizione necessaria, li ha semplicemente cancellati dall’immagine.

Propongo quindi, per i puristi della verità fotografica, di apporre un bel timbro sulle loro immagini che ne attesti  la denominazione di origine controllata. Si potrebbe così stilare un “disciplinare”, come per i vini. Foto scattate senza post produzione di nessun tipo  e alla gogna chi, fregiandosi del marchio DOC, infrange le regole della “vera” fotografia.