Diane Fenster: Alle origini del digital imaging

fensterDiane Fenster è giustamente considerata una pioniera nell’utilizzo dell’immagine digitale e nella creazione di collage a cavallo tra fotografia e illustrazione.

Nel lontano 1989, servendosi di una copia beta ancora non commercializzata, ha iniziato ad utilizzare Photoshop per costruire, livello su livello, le sue opere visionarie ridefinendo i confini tra fotografia e illustrazione, tra creazione artistica e commerciale.

Le sue immagini, ricche di simbolismi riescono, in modo ormai inconfondibile, a trasmettere emozioni e significati mai scontati. Immagini che necessitano di un vera e propria lettura per poter individuare tutte le loro sfaccettature semantiche.

Negli ultimi anni Diane Fenster ha parzialmente abbandonato l’utilizzo di collage digitali a favore della riscoperta di procedimenti manuali e dell’utilizzo di toy camera, con risultati non sempre all’altezza delle sue precedenti esperienze.

Il suo contributo allo sviluppo di una nuova estetica digitale è stato fondamentale e ha avuto una grande influenza anche nel mondo della grafica e dell’illustrazione oltre che della fotografia. Mondi sempre più connessi tra di loro e che fanno parte dell’unico universo del digital imaging.

http://www.dianefenster.com/

 

 

Murray Fredericks – L’infinito in uno specchio

9P3W41NYNella storia dell’arte, l’utilizzo dello specchio nello spazio pittorico, fa la sua comparsa in numerose opere fin dal 1400 e ha permesso di contrapporre, rappresentazione artistica, esteriorità e interiorità, sguardo e visione.
Lo specchio viene quindi utilizzato per estendere lo sguardo oltre il campo del reale. Una quinta aperta sulla possibilità di ampliare il significato dell’opera.
Riprendendo la lezione dei grandi artisti del passato, il fotografo australiano Murray Fredericks, realizza le sue immagini inserendo nell’inquadratura un grande specchio che, nella serie Salt:Vanity, viene utilizzato per riflettere il paesaggio del  Lake Eyre, il lago salato più vasto al mondo.
L’artista riesce in questo modo a donarci una visione minimalista e estremamente intensa di questo spazio arido dell’outback australiano. Un insieme metaforico nel quale si mescolano, con grande delicatezza, le sfumature prodotte dalla natura. Un paesaggio  nel quale lo specchio moltiplica gli spazi e le prospettive.
Spazio, colore e luce, riflessi negli specchi di Fredericks, proiettano lo spettatore in una nuova dimensione onirica e rarefatta nella quale è possibile ritrovare lo stupore dell’uomo di fronte alla natura.
Un lavoro estremamente raffinato e non privo di difficoltà realizzative come si può vedere nel video.
Salt:Vanity è in mostra, fino al 14 giugno alla Hamiltons Gallery di Londra.

Vivian Maier – problemi di copyright

Sicuramente Vivian Maier non avrebbe mai immaginato che le sue fotografie sarebbero state, un giorno, oggetto di disputa giudiziaria per violazione di copyright. Nata a New York nel 1926 si trasferì successivamente a Chicago dove visse, lavorò come bambinaia e si dedicò alla fotografia nei momenti liberi riprendendo, per lo più, la vita nelle strade di New York, Chicago e Los Angeles.

Le sue opere sono rimaste praticamente sconosciute fino al 2007 quando vennero casualmente rinvenute da Jim Maloof e Jeffrey Goldstein a seguito dell’acquisto, al prezzo di 380 dollari, del contenuto di un intero box durante un’asta. Tra vecchi vestiti, libri e quaderni, i due trovarono anche una cassa piena di negativi e rullini ancora da sviluppare.

Maloof e Goldstein, cominciarono così a divulgare su internet e poi con libri e documentari il lavoro di questa fotografa sconosciuta e contribuirono in modo fondamentale alla sua ascesa tra i grandi fotografi del XX secolo. Non riuscirono però a rintracciarla e conoscerla. Vivian Maier morí nel 2009 senza sapere del grande successo della sua opera.

A partire dal 2014 lo stato dell’Illinois ha designato un amministratore delle opere di Vivian Maier al fine di proteggere il copyright e proseguire nella valorizzazione del suo lavoro. L’amministratore ha quindi fatto un accordo con Maloof, consentendogli di continuare a sfruttare le opere in suo possesso.

Recentemente però, lo stesso amministratore ha citato in giudizio Jeffrey Goldstein con l’accusa di aver riprodotto, venduto ed esposto alcune opere della Maier senza autorizzazione. La legge sul copyright, negli Stati Uniti, non permette al proprietario dei negativi di un lavoro coperto da copyright, di generare nuove copie e venderle.

Una storia legale, meno appassionante di quella della vita di Vivian Meier, sembra essere solo agli inizi. Per chi invece vuole entrare nel mondo di questa fotografa bambinaia e vuole vedere le sue fotografie, é possibile visitare, fino al 18 giugno, al Museo di Roma in Trastevere, la mostra ” Vivian Maier. Una fotografa ritrovata “. Sono esposte 120 fotografie in bianco e nero, alcuni filmati in super 8 e una selezione di stampe a colori. 

Il favoloso mondo di Christian

clowns-and-shipProprio come nella vita, sono le opportunità che permettono ad un autore di emergere, arrivare alla grande ribalta, e diventare un fotografo affermato visibile a livello globale. Può quindi succedere che vi siano degli artisti che, pur portando avanti delle ricerche fotografiche estremamente valide, finiscano per non ricevere l’attenzione che meriterebbero.

Christian Alexandrov è uno di questi. Nato in Bulgaria 48 anni fa, dopo essersi laureato all’Accademia di Belle Arti di Sofia, inizia ad utilizzare il mezzo fotografico per dar vita alle sue opere. Immagini pensate per essere stampate in grande formato e realizzate assemblando numerose fotografie di oggetti e scenografie create da lui stesso.

Complesse post produzioni vengono utilizzate per dar vita alle fantasie e agli incubi dell’autore, che diviene anche il soggetto delle sue creazioni. Non semplici autoritratti, ma vere e proprie messe in scena, talvolta al limite dell’assurdo e del grottesco.

Pur avendo esposto le sue opere in mostre collettive e personali in Bulgaria, Alexandrov non è riuscito, fino a questo momento, a far conoscere il suo lavoro in modo efficace. Ma le opportunità si sa, si presentano a volte quando meno ce lo si aspetta. Basta poco: il gallerista giusto, il testo critico azzeccato. In attesa che Alexandrov trovi la sua strada possiamo vedere i suoi lavori sul sito:

http://christian-alexandrov.blogspot.it/

Per qualche chilo in più

dofQuando ho iniziato ad occuparmi di fotografia, pellicola e camera oscura erano gli unici mezzi possibili per intervenire nel processo di produzione dell’immagine, per piegare ai propri voleri ciò che si era ottenuto in fase di ripresa. Poi le possibilità di intervento si sono moltiplicate con l’arrivo del digitale e di sua maestà photoshop. Ora, almeno per quanto mi riguarda, credo che il processo creativo sia in massima parte un qualcosa che avviene “off-camera”, prima nella testa e poi in post-produzione.

L’apparecchiatura fotografica rimane marginale, in secondo piano. Reflex, compatta o smartphone rappresentano delle variabili poco determinanti nelle mani di chi ha qualcosa da comunicare. Direi che in questo caso “il medium non è il messaggio” con buona pace di Marshall McLuhan.

C’è, però, una cosa che mi tiene legato alla buona e vecchia reflex, qualcosa che è precluso, almeno in parte, quando si utilizzano altri mezzi. La gestione della profondità di campo, la possibilità di ancorare l’attenzione dello spettatore su un particolare, quello e soltanto quello. Poter decidere che il resto è solo un sottofondo funzionale alla visione di ciò che vogliamo mettere in evidenza.

E’ vero esistono delle app sul telefonino o i filtri su photoshop, ma il risultato che si ottiene non è lo stesso. Alcuni smartphone di fascia alta consentono di stabilire la messa fuoco dopo aver scattato la foto, ma anche qui si tratta di algoritmi, di calcoli che intervengono a posteriori per modificare dei pixel.

Osservare una scena, prima ancora di scattare la foto, e fissare il punto d’attenzione è una delle armi che abbiamo a disposizione per dichiarare il nostro punto di vista sulla realtà, per prenderci gioco della verità fotografica.

Ogni immagine, grazie all’utilizzo della profondità di campo, diviene solo una delle innumerevoli interpretazioni di ciò che vediamo.

Ai produttori di smartphone questa possibilità non interessa, l’importante per loro è garantire di catturare i ricordi in qualsiasi condizione di luce e con automatismi pronti in qualsiasi momento. Non una interpretazione di ciò che si ha di fronte, ma la semplice riproduzione iconica della nostra vita da condividere all’istante.

Per questo motivo non posso fare a meno della mia reflex e sono costretto, ancora, a portare sulle spalle il peso di qualche chilo di attrezzatura fotografica.

La gabbia dorata di Instagram

istVa bene, non sarà la fine del mondo, ci sono tanti altri problemi nella nostra vita reale e virtuale, però, sappiate che tra qualche settimana instagram cambierà il modo con il quale ci propone i post degli account che seguiamo.

Non più un semplice ordine cronologico, per cui ci si può imbattere in contenuti inconsueti, pubblicati da utenti che seguiamo saltuariamente, ma un vero e proprio algoritmo sulla falsariga di quello già utilizzato da facebook.

In altri termini saranno una serie di righe di codice a stabilire cosa è più importante per noi, cosa è meglio che vediamo in testa al nostro feed. Più interazioni (like) abbiamo avuto con una persona e più vedremo i suoi contenuti.

Facebook ci ha già abituato a questa sorta di gabbia dorata, un mondo immateriale, nel quale si finisce per frequentare e avere scambi di opinioni solo con una cerchia di amici, con i quali si condividono interessi e modi di intendere la vita. Tutto ciò con cui siamo in disaccordo o semplicemente non riteniamo interessante resta fuori dalla porta, invisibile.

Trasportare questo meccanismo anche su un social visuale come instagram significa fare un ulteriore passo verso l’appiattimento e l’omologazione della nostra sensibilità visiva. Una comunicazione auto referenziale con la quale rappresentiamo il mondo a nostra immagine e somiglianza.

La condivisione, vera ricchezza della rete, sembra in qualche modo destinata ad essere utilizzata solo per rafforzare le proprie convinzioni e a tenerci alla larga da ogni tentativo di cambiare opinione, di aprirci a nuovi punti di vista.

La gogna di Steve McCurry

curryFiumi di inchiostro o forse sarebbe meglio dire di byte, sono stati utilizzati sulla rete per scagliarsi contro Steve McCurry, il “traditore” del vero fotogiornalismo. I fatti sono noti a chiunque si occupi, anche marginalmente, di fotografia. Una sua opera esposta a Torino, alla reggia di Venaria Reale,  recava evidenti e maldestre tracce di manipolazione digitale.

Nei giorni successivi al “misfatto” lo stesso McCurry è dovuto correre ai ripari specificando che non sente più di essere accomunato al fotogiornalismo, ma il suo lavoro deve essere collocato in quello della ricerca visuale. Guardando le sue ultime opere, i luoghi dove vengono esposte e le valutazioni economiche che gli vengono attribuite nel contesto della fotografia contemporanea (arte contemporanea), non mi sembra che stia affermando una falsità.

Arthur Danto sosteneva  che può considerarsi arte,  tutto ciò che viene esposto in un museo o in una galleria. La foto incriminata è esposta in  un luogo dedicato alle espressioni artistiche più che al giornalismo. Se proprio vogliamo attaccare McCurry facciamolo per la poca professionalità dimostrata nel non saper verificare, seguire le opere che mette in mostra in ogni angolo del pianeta.  La post produzione fatta sullo scatto intitolato  “l’Avana Cuba, 2014”   è imbarazzante per chiunque utilizzi anche solo sporadicamente il programma di Adobe.

daguerreCriticare l’utilizzo di photoshop sta diventando una pratica piuttosto comune,  come se si voglia ricercare una purezza, una verità della fotografia che non è mai stata la caratteristica principale di questa giovane arte. Nulla sa mentire più di una fotografia. In una delle prime immagini fotografiche realizzate da Daguerre, si vede una strada di Parigi deserta, con la sola presenza di un lustra scarpe. Sappiamo perfettamente che la strada era piena di persone in movimento. La lunga esposizione necessaria, li ha semplicemente cancellati dall’immagine.

Propongo quindi, per i puristi della verità fotografica, di apporre un bel timbro sulle loro immagini che ne attesti  la denominazione di origine controllata. Si potrebbe così stilare un “disciplinare”, come per i vini. Foto scattate senza post produzione di nessun tipo  e alla gogna chi, fregiandosi del marchio DOC, infrange le regole della “vera” fotografia.

Più di mille parole – George Perec e la fotografia

BambinaGetzler-Si dice che le fotografie valgano più di mille parole. Già ma quante parole, cose, emozioni, significati può effettivamente essere contenuto in un singolo fotogramma? A dare una risposta a questa domanda ci provò nell’ottobre del 1974 George Perec.

Lo scrittore francese, fondatore del movimento OULIPO, si cimentò per tre giorni di seguito a descrivere con le parole un luogo a lui familiare: Place  Saint Sulpice  a Parigi. Lo fece in collaborazione con l’amico Pierre Getzler che invece scattò rapidamente qualche foto della piazza. Il tentativo di Perec di descrivere minuziosamente il luogo prescelto produsse circa 40 pagine di annotazioni, un lungo elenco molto meno efficace delle istantanee di Getzer, che era riuscito in pochi minuti a racchiudere in alcuni fotogrammi tutto ciò o la quasi totalità delle cose presenti.

Una resa della scrittura, della parola di fronte alla fotografia. Nelle foto c’era molto di più di quanto non fosse riuscito a descrivere lo  scrittore. Il rapporto diretto con la realtà  dell’apparecchio fotografico, non mediato dalla ragione, aveva vinto. La possibilità, anche inconscia,  di scegliere, di selezionare ciò che recepiamo attraverso i nostri occhi ed elaboriamo attraverso la nostra mente, aveva inevitabilmente condensato l’esperienza visiva riportata da Perec sulla carta.

Nulla può però la fotografia quando, rispetto alla cosa rappresentata, occorra ipotizzare un prima ed un dopo. Il tempo congelato dalla fotografia, prelevato dal flusso continuo della vita, per essere espanso in un futuro o in un passato ha bisogno della nostra mente. Cosa abbia fatto la bambina immortalata nella fotografia di Getzer prima o dopo quell’istante, nessuna fotografia potrà mai dircelo. Soltanto noi possiamo ipotizzare questo tempo esterno al fotogramma.

Questo George Perec  lo sapeva bene, come sapeva bene che una immagine può svelarci solo il cosa ma non può addentrarsi da sola nell’ignoto del come e del perché.

Un nuovo blog

anime-09

anime #09 anno 2010

E’ giunto per me il momento di cambiare, di ripartire con un nuovo blog sulla fotografia. Un luogo dove mettere nero su bianco idee, pensieri e commenti sull’argomento che più mi interessa e che è, ogni giorno, al centro della mia attenzione.

Per alcuni anni l’ho fatto sullo spazio “tiratura limitata” dove ho cercato in qualche modo, di affrontare gli aspetti e le contraddizioni che legano la fotografia al mondo dell’arte contemporanea. Ora con questo nuovo blog la necessità è quella di analizzare a 360 gradi il mondo dell’immagine, della comunicazione e di tutto ciò che vi gira intorno.

Un diario personale da condividere, dal quale osservare per cercare di capire, dove sta andando la fotografia; una piccola casa in costruzione sempre aperta a chi vorrà contribuire ad alimentare la discussione con punti di vista nuovi e stimolanti

Accanto a riflessioni sulla fotografia troveranno spazio, di tanto in tanto, le mie ricerche, le immagini da me realizzate che spero faranno da spunto per parlare di questo medium che a più di 150 anni dalla sua invenzione, non smette di coinvolgere ed emozionare.